Fede e cultura
Lo sguardo abbassato e il capo rialzato
Una riflessione personale su come la formazione cattolica dell’Italia settentrionale e la fede pentecostale nigeriana esprimano in modi profondamente diversi umiltà, dignità, sofferenza, gioia e forza spirituale.
Due tradizioni cristiane possono leggere la stessa Bibbia e tuttavia insegnare al corpo, alle emozioni e perfino alla voce umana a esprimere la fede in modi sorprendentemente diversi.
Sono cresciuto nell’Italia settentrionale negli anni Ottanta e Novanta. Solo di recente, attraverso le mie amicizie con cristiani pentecostali nigeriani, ho cominciato a riconoscere qualcosa della mia formazione religiosa e culturale che non avevo mai esaminato con chiarezza.
Da bambini, molti di noi nell’Italia settentrionale venivano educati a essere umili, silenziosi e moderati. Dovevamo rispettare gli adulti e le autorità, non parlare troppo forte, non attirare l’attenzione e non mostrare troppa sicurezza. Un bambino ben educato abbassava la voce, controllava le emozioni e non contestava chi stava sopra di lui.
L’umiltà non veniva comunicata soltanto come virtù interiore, ma anche come postura fisica: tieni la testa bassa, non darti troppa importanza, sopporta senza lamentarti e rimani al tuo posto.
Attraverso l’incontro con cristiani pentecostali nigeriani ho scoperto una postura religiosa quasi opposta. Vedo persone che parlano di camminare a testa alta, proteggere la propria gioia, rifiutare l’intimidazione e presentarsi con forza e presenza. Possono affermare che non permetteranno agli altri — o al diavolo che agisce attraverso paura, umiliazione e scoraggiamento — di rubare loro la gioia. Si inchinano davanti a Dio, ma non credono che un altro essere umano abbia il diritto di cancellare la loro dignità.
Questo contrasto mi affascina perché entrambe le tradizioni si definiscono cristiane ed entrambe leggono la stessa Bibbia.
Non intendo affermare che ogni cattolico dell’Italia settentrionale sia riservato o che ogni pentecostale nigeriano sia audace. Nessuna delle due comunità è uniforme e il carattere individuale conta sempre. Sto confrontando due forme di formazione culturale e religiosa nelle quali molti cristiani della mia generazione possono riconoscersi.
Due vocabolari cristiani
La formazione cattolica vissuta nell’Italia settentrionale era intrecciata alla cultura della regione, alla famiglia italiana gerarchica, alla scuola di quel periodo e alle abitudini di una società ancora vicina al proprio passato rurale.
La riservatezza era considerata maturità. La vita privata veniva rispettata. Le dichiarazioni pubbliche troppo forti potevano suscitare diffidenza. La fede era spesso silenziosa, contenuta ed espressa mediante il dovere, la perseveranza e il sacrificio.
In molte comunità pentecostali nigeriane, la fede viene espressa attraverso un vocabolario decisamente diverso. Il credente è incoraggiato a sapere di essere figlio di Dio, a rifiutare la paura e la vergogna, a proclamare le promesse di Dio, a resistere all’attacco spirituale e ad aspettarsi che Dio agisca nel presente, non soltanto nella vita futura.
La fede passa attraverso la voce e il corpo: la preghiera può essere forte, la gioia visibile, il culto fisico e la speranza dichiarata apertamente.
Ciò che a un italiano settentrionale riservato può apparire eccessivo o teatrale, a un pentecostale nigeriano può sembrare coraggioso e sincero. Ciò che a un italiano settentrionale appare rispettoso e composto può sembrare timoroso, freddo o incerto a chi si è formato in una tradizione più espressiva.
Lo sguardo abbassato
Il cristianesimo incontrato da molti di noi durante l’infanzia poneva l’accento su Cristo che porta la croce. I suoi verbi caratteristici erano: accetta, sopporta, obbedisci, sacrificati, sii paziente e non lamentarti.
In questa spiritualità c’è una verità profonda. Non ogni sofferenza può essere eliminata. L’amore richiede sacrificio. Pazienza e umiltà ci proteggono dall’egoismo. Gli esseri umani non possono costruire una vita significativa pretendendo la vittoria in ogni momento.
Ma questa formazione poteva anche deformarsi.
L’umiltà poteva essere confusa con il rendersi piccoli. Il rispetto per l’autorità poteva diventare obbedienza senza domande. La pazienza poteva trasformarsi nell’accettazione silenziosa dell’umiliazione. Un bambino poteva imparare che essere buono significava non avere bisogni disturbanti, non possedere una voce forte e non avere il diritto di difendere i propri confini personali.
Questa non era tutta la teologia cattolica. L’insegnamento cattolico afferma anche la dignità di ogni persona umana, la libertà di coscienza e i limiti morali dell’autorità umana. Il cristianesimo non chiede a nessuno di credere di valere poco.
Eppure, la religione quotidiana trasmessa da famiglie, scuole e parrocchie poteva talvolta apparire più sottomessa della teologia ufficialmente proclamata dalla Chiesa.
Il capo rialzato
La postura pentecostale nigeriana pone maggiormente l’accento su Cristo che vince, libera, guarisce e conferisce autorità spirituale. I suoi verbi caratteristici sono: alzati, rimani saldo, resisti, prega, proclama e gioisci.
La sua immagine biblica potrebbe essere:
«Ma tu, Signore, sei uno scudo attorno a me, la mia gloria e colui che mi rialza il capo». — Salmo 3:3
Il capo rialzato non comunica necessariamente orgoglio. Può comunicare restaurazione: sono stato ferito, ma non ho perso il valore che Dio mi ha dato. Posso trovarmi in difficoltà, ma la difficoltà non diventerà la mia identità.
Questa spiritualità può produrre una postura visibile: la schiena si raddrizza, lo sguardo si dirige in avanti e la voce diventa più decisa. La gioia non viene considerata soltanto un’emozione passeggera, ma qualcosa affidato da Dio e quindi degno di essere protetto.
«La gioia del Signore è la vostra forza». — Neemia 8:10
La paura viene sfidata attraverso questa convinzione:
«Dio infatti non ci ha dato uno spirito di paura, ma di forza, amore e autocontrollo». — 2 Timoteo 1:7
Anche questo approccio comporta dei rischi quando viene portato all’estremo. Può far credere che tristezza, malattia o vulnerabilità rappresentino un fallimento spirituale. Può sottovalutare il lutto oppure creare la pressione di apparire vittoriosi mentre in realtà si sta soffrendo.
La sicurezza senza umiltà può diventare orgoglio, proprio come la perseveranza senza dignità può diventare sottomissione.
Rapporti diversi con l’autorità
Il contrasto è più complesso di quanto sembri inizialmente. Le comunità pentecostali nigeriane possono mostrare un profondo rispetto per genitori, anziani, pastori, mariti e guide spirituali. Un credente può apparire impavido davanti al mondo e allo stesso tempo profondamente obbediente all’interno della famiglia o della chiesa.
La differenza, quindi, non consiste semplicemente nel fatto che il cattolico dell’Italia settentrionale si sottometta mentre il pentecostale nigeriano sia libero. Può darsi che comprendano diversamente la direzione e il significato della sottomissione.
Il credente pentecostale potrebbe dire: non mi inchino all’intimidazione perché appartengo a Dio. Eppure, proprio perché appartengo a Dio, riconosco le autorità che credo egli abbia posto nella mia vita.
Entrambe le tradizioni devono quindi affrontare domande difficili:
- Quando il rispetto diventa paura?
- Quando l’autorità spirituale diventa controllo?
- Quando la sicurezza diventa dominio?
- Quando l’umiltà diventa cancellazione di sé?
La Bibbia stessa stabilisce un confine importante:
«Il nostro combattimento infatti non è contro carne e sangue». — Efesini 6:12
Proteggere la nostra gioia non dovrebbe significare trattare le altre persone come demoni o nemici. Possiamo resistere alla manipolazione, stabilire dei confini e rifiutare l’umiliazione continuando a riconoscere l’umanità della persona che abbiamo davanti.
La croce e la resurrezione appartengono l’una all’altra
Forse la differenza più profonda è una differenza di enfasi.
La formazione cattolica dell’Italia settentrionale che ricordo poneva l’accento sulla croce: rimani fedele nella sofferenza.
La formazione pentecostale nigeriana che incontro oggi pone l’accento sulla resurrezione e sulla vittoria: la sofferenza non avrà l’ultima parola.
Ma il cristianesimo ha bisogno di entrambe.
La croce senza resurrezione può produrre rassegnazione, colpa e passività. La resurrezione senza croce può produrre negazione, trionfalismo e impazienza verso la debolezza umana.
La maturità cristiana è la capacità di attraversare la sofferenza senza adorarla e di cercare la vittoria senza fingere che il dolore non sia reale.
Umiltà e dignità non sono opposte.
L’umiltà non significa credere di valere meno degli altri. Significa riconoscere che il mio valore non è una mia creazione e non mi rende superiore.
La dignità non significa dominare gli altri. Significa rifiutare la menzogna secondo cui un’altra persona avrebbe il diritto di rendermi inferiore.
Che cosa possono insegnarsi le due tradizioni
Forse le due tradizioni hanno bisogno l’una dell’altra più di quanto inizialmente comprendano.
Il pentecostale nigeriano può ricordare al cattolico dell’Italia settentrionale: alza il capo. Dio non ti ha creato perché tu viva intimidito, vergognandoti della tua presenza o dipendendo dall’approvazione umana.
Il cattolico dell’Italia settentrionale può ricordare al pentecostale nigeriano: la forza non deve sempre annunciarsi. Dio è presente anche nel silenzio, nella vulnerabilità, nella paziente perseveranza e nella sofferenza che non può essere immediatamente superata.
La croce senza resurrezione può diventare rassegnazione. La resurrezione senza croce può diventare negazione. La maturità cristiana richiede entrambe: il coraggio di riconoscere la sofferenza e la fede per credere che essa non avrà l’ultima parola.
La postura cristiana più completa, quindi, potrebbe non essere né lo sguardo permanentemente abbassato né il capo alzato con orgoglio. È la postura di chi sta ritto davanti agli altri e rimane umile davanti a Dio.
Cammino con dignità, ma non con superiorità. Proteggo la mia gioia senza negare il mio dolore. Resisto al male senza trasformare gli esseri umani in nemici. Rispetto l’autorità legittima senza rinunciare alla mia coscienza. Non ho bisogno di dominare nessuno e non accetto l’idea di essere stato creato per essere umiliato.
Il mio capo è rialzato perché il mio cuore si inchina davanti a Dio.
Le citazioni bibliche sono state tradotte dalla English Standard Version (ESV).
- Autore:
- The Lord Will Editorial Team
- Revisionato da:
- Ugo Candido, Revisore editoriale
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